IL SARDOPARLANTE
(Intervento al convegno sulla Lingua Sarda in Mogoro, 11,11,’95)

È quantomeno singolare che in tutti i convegni e dibattiti sulla salvaguardia della cultura sarda, la lingua ufficiale sia quella italiana. Misteri gaudiosi della sardità. Al mio paese, molto più prosaicamente, direbbero che qualcuno “s’est leaqnne su culu a jocu”.
Natuaralmente anch’io, come gli oltranzisti di casa nostra, ossia di coloro che mai si sognerebbero di scrivere una sola riga nella nostra parlata in attesa di una legge (come se per parlare o scrivere una lingua ci fosse bisogno dell’intervento dei caraabinieri), anche io, dicevo, parlerò nell’italiano d’ordinanza che è d’obbligo in circostanze come quella attuale.
Anche perché ho il dubbio (o è certezza?) che pochi riuscirebbero a intendere la lingua della mia infanzia. Brutto segno se per capirci siamo costretti a ricorrere a un’altra lingua.
Lo so, sto malignando sulla “limba”. La limba è tabù, come la mamma e Garibaldi, non se ne può parlare male. Ergo neppure dei suoi staffieri, impegnati in improbabili salvataggi mediante marchingegni legislativi che produrranno meno di niente. O, a peccare di ottimismo, qualche revival di clientelismo. Sicuramente, molta confusione.
Ma non voglio innescare polemiche e svicolo speditamente sul tema del mio intervento, che è il seguente: il sardoparlante. Visto oggi, senza rimpianti per il passato, con un pizzico di sano scetticismo e un tantum di satira che, premetto, non è irriverenza.

È, il sardoparlante, una specie in via di estinzione e come tale il WWF lo ha posto tra quelle da salvare; perciò, se mai vi capitasse di incontrarne un esemplare, siete pregati di contattare la locale sezione della benemerita organizzazione. Purtroppo un incontro del genere è assai improbabile, dato che il sardoparlante vive prevalentemente in luoghi inaccessibili ai comuni mortali, oppure camuffato abilmente tra esemplari di altra specie.
I suoi caratteri somatici farebbero la gioia del Lombroso: cranio dolicocefalo, fronte sfuggente, zigomi alti, naso camuso, occhi impallati. La statura è sotto il livello di guardia: è questo il motivo per cui non ha fatto il militare.
La famiglia del sardoparlante si divide in due specie:
-il sardoparlante rustico,
-il sardoparlante studiato.
Il primo esemplare, ad un esame anche superficiale, è immediatamente riconoscibile per le seguenti caratteristiche:
- è molto timido, si esprime esclusivamente a rutti, grugniti, colpi di tosse, di glottide, molto apprezzati dai linguisti, e a colpi di calashnikov, meno apprezzati dalle forze dell’ordine;
- se costretto con la forza a parlare (impresa ardua che riesce solo a qualche spericolato magistrato), dice solo: “No ap’intesu nudda: fipo mannicanne pane a tròcheddu”;
- è solitamente munito di fuoristrada regolamentare, rigorosamente Made in Japan, comprato con i soldi che la Regione gli ha graziosamente elargito per l’annuale siccità; all’interno di tale manufatto tecnologico trascorre un periodo di letargo durante il quale è pressochè impossibile avvicinarlo; al suo risveglio, durante la stagione degli amori, è sconsigliato importunarlo;
– i più raffinati rappresentanti della presente categoria sono facilmente riconoscibili per il prescritto bollino appiccicato al vetro posteriore del fuoristrada che recita: “Deo so sardu” al quale qualche buontempone ha aggiunto a pennarello un maligno “…e butone tambene”;
- è pluridecorato ai concorsi in “limba” e, per non farsi sfuggire l’ispirazione, porta sempre con sè un mozzicone di lapis copiativo con il quale segna la data di confezione sulle forme di formaggio e compone versi bellissimi tipo:

No mi des olvidare anima bella
finas chi tenet pàlpidos su coro,

frullato ispano-italiota in cui il poeta, con notevole destrezza, riesce a infiltrare, abilmente celandolo, un sardissimo “su”;
- nei suoi scritti adotta l’ortografia “fai da te”, altrimenti detta “quattro stagioni”, nel senso che riesce nell’impresa di scrivere la stessa parola in quattro diverse varianti;
- nella tasca destra del vestito Armani che abitualmente indossa, in luogo della desueta giacca di velluto (e a cui fa da cromatico contraltare un paio di stivali in gomma Pirelli), oltre alla regolamentare pattadese e ad incartapecoriti brandelli di padiglioni auricolari di sequestrato, vi trova alloggio una bomboletta di colore prevalentemente nero, con la quale orna i cavalcavia della 131 con scritte fantasiose come: sardigna colùnia , a foras sos conti-nentales e vota partidu sardu independentista;
- i suoi rapporti sociali si riducono alla giornaliera adunata in su tzilleri, nel corso della quale aggiorna i colleghi sui risultati del Cagliari, sul prezzo del pecorino alla borsa di New York e su quello del mangime, dà le previsioni metereologiche valevoli per la settimana appena trascorsa, e inoltre assicura, per la parte politica, una crisi regionale a breve scadenza;
- a volte si esibisce in partite a marìglia, non disdegna la morra e, durante le feste campe-stri, offre saggi molto apprezzati di istrumpa;
- nutre idiosincrasia per la dichiarazione dei redditi: non per niente, tra BOT e depositi bancari, possiede il suo miliarduccio di lirette;
- parla un sardo leggermente modificato o innestato all’italiano, come lo definirebbe D’Artagnan (cito D’Artagnan, perché non conosco altri scrittori; dite che non era uno scrittore ma uno spadaccino? perché, c’è differenza?), quale ad esempio: che palla vuoi – andiamo a casa a prenderci due morsi – ajò, a ci vieni a campagna – a ci andiamo – vicinu a su paese – che cieco sei che non ci vedi, ecc…;
- in campo paesaggistico-architettonico ha idee molto chiare: è del parere che i nuraghi avrebbero urgente necessità di manutenzione, come ad esempio una buona intonacata, checchè ne dica il professor Lilliu.
Pur con tutti i suoi limiti, bisogna essere grati a un simile personaggio, che è sinceramente votato alla salvaguardia della lingua e della cultura sarda, alla quale si sente inconsciamente legato da vincoli generazionali.

Il secondo esemplare, il già citato sardoparlante studiato, è nato per emanazione postuma dal primo, ma a tutt’oggi gli studiosi di questo bizzarro fenomeno non sono concordi nel sostenere se la sua proliferazione sia da catalogare come gemmazione, oppure quale abnorme mutazione genetica.
Ad ogni buon conto, qualunque sia l’origine del sardoparlante in questione, dò qui di seguito le sue note distintive:

- subdolo e pericoloso, nasconde il suo aspetto ingannatore sotto un abbigliamento caratterizzato dalla giacca di velluto modello sardo pellita che ha soppiantato la più frivola Armani, il cui taschino, in luogo del rozzo mozzicone di lapis copiativo, è ingentilito dalla leggendaria Aurora 88 dei tempi della maturità; i più raffinati, ma sono una minoranza, ospitano nelle tasche formato bisaccia il D.E.S. del Wagner, il vocabolario Spano, un’intera annata de s’Ischìglia e le copie invendute dei libri che hanno scritto e che cercano proditoriamente di rifilare – a metà del prezzo di copertina – ai colleghi sardoparlanti studiati;
- aborre la compagnia del similare sardoparlante rustico che, come lui, non può vantare prestigiosi titolo accademici e che, per la sua innaturale modestia, si guarda bene dall’ostentare;
- scrive esclusivamente nell’italiano d’ordinanza di ogni onesto sardoparlante studiato;
- ha educato i figli ad un perfetto bilinguismo: italiano e inglese; di sardo nemmeno le parolacce;
- il suo cruccio più grande è quello di chiamarsi Carlo, Alessandro, Silvio, Paolo ecc…, che il nostro provvede a tradurre in limba (come ha vezzosamente ribattezzato su sardu), mediante innesto di una “u” finale;
- anche se non sopporta il tabacco, fuma mezzi toscani che fanno tanto Umberto Eco e sardu in gambales e pantalones a s’isporta;
- è tenuto in grande considerazione dagli organizzatori di premi letterari e di convegni sulla lingua sarda, i cui gettoni di presenza (che chiama modestamente rimborsi spese), nell’arco di un solo mese, possono mandare avanti una famiglia di cassintegrato;
- nei convegni non dimentica mai di inserire le due frasi che danno spessore al suo intervento: “la lingua è tutto, la lingua è il mondo, la lingua siamo noi”; cita Gramsci: a un popolo gli potete togliere tutto, rimarrà sempre un popolo – toglietegli la lingua e quel popolo cesserà di esistere, frasi che tutti conoscono a memoria, anche mia zia Mariola;
- oltre che di limba, s’intende anche di antropologia, etnologia, glottologia, ecologia, enologia e un altro non disprezzabile numero di scienze in gia;
- in politica, è uno sportivo di razza: indifferentemente scende in campo o scende in pista, per cui la classificazione se si tratti di un centromediano o di uno sprinter è tuttora dubbia;
- non è raro, nei giorni festivi, incontrarlo bardato con i paramenti sacri del costume sardo che, dice, gli ricordano i bei tempi andati;
- la sua maggiore preoccupazione è l’approvazione della legge da trenta miliardi di lire , ossia della cultura sarda; spera fortemente di entrare nell’olimpo della costituenda Accademia, consesso di esperti che dovrebbe prosciugare i trenta miliardi che la Regione ha dato in dote alla legge sulla cultura sarda. Egli speriamo che se la cava. In fondo, anche il sardoparlante studiato è un gran simpaticone… come tutti voi che avete avuto la pazienza di ascoltare queste quattro cazzate.